PRIMA PARTE
Santiago de Tequila - Quindici anni prima
Capitolo I
Santiago de Tequila, Jalisco
L'auto in corsa consumava l'asfalto, lasciandosi alle spalle
la metropoli di Guadalajara e andando incontro a distese chilometriche di agavi
azzurre che seguivano la curva ondulata del territorio circostante.
Era diretta a Santiago de Tequila, uno dei centoundici
Pueblos Mágicos, riconosciuti come Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco.
Ana sbuffò stancamente, raddrizzandosi sul sedile dell'auto.
«Amore, siamo quasi arrivati», la rassicurò sua madre,
affacciandosi tra le due poltroncine e sorridendole affabile.
Era una bella donna, dalla pelle diafana e grandi occhi neri
di velluto, che erano gli stessi che la guardavano dallo specchio ogni mattina,
ma i capelli, no, non erano come i suoi. Lisci come spaghetti, li aveva sempre
portati legati in una lunga treccia, che raccoglieva dietro la nuca, in una
specie di torchon. Non li scioglieva quasi mai, fatta eccezione per le feste.
Un vero peccato, perché erano lucenti e folti, come quelli delle bambole di
porcellana.
Si portò una mano alla testa. I suoi, invece, erano ricci e
neri come quelli del padre. Di solito cercava di domarli con la piastra, ma non
sempre il risultato era quello sperato. Il massimo che riusciva a ottenere era
un'onda dispettosa che le ricordava la sua natura ribelle.
Fece una smorfia. Sua madre non faceva altro che ripeterle
che la figlia di Enrique María Alvarez, uno dei maggiori produttori di tequila
dello stato di Jalisco, non poteva comportarsi come la figlia di un semplice jimador. Avrebbe voluto risponderle che,
come le aveva spiegato il suo papà, i jimadores
non erano dei semplici contadini, ma degli operai specializzati che lavoravano
nei campi, ritagliando, dalle pregiate piante azzurre, la pigna, che era il
cuore dell'agave, ma si mordeva la lingua, sapendo che a ogni risposta,
ritenuta saccente, sarebbe seguita una punizione, che le avrebbe impedito di accompagnare
i suoi fratelli nelle loro scorribande.
Di qualche anno più grandi di lei, Clark e Luís erano
partiti per gli Stati Uniti, dove studiavano con ottimi risultati. Ogni tanto,
però, tornavano a casa e, quando potevano, raggiungevano la tenuta di Santiago
de Tequila, dove si trovavano gli stabilimenti per la produzione del liquore.
Si grattò la guancia, svogliatamente.
«Se mi aveste lasciato andare con Clark e Luís, a quest'ora
sarei in groppa a Ercole», borbottò annoiata.
«Tesoro, ti abbiamo già spiegato che non puoi passare la
notte in una casa con due uomini, se non ci siamo anche noi».
Aggrottò la fronte. Compiere quindici anni era una grossa
seccatura, rifletté. Era bastato un giorno e una stupida festa, con tanto di
abito principesco, per trasformarla da bambina in donna, con tutte le
conseguenze del caso.
«Ti ricordo che dormo sotto lo stesso tetto con Luís da
quando sono nata e, da almeno otto anni, anche con Clark. Dunque, un giorno in
più o uno in meno, non cambia certo le cose».
«Sì, ma dopo quello che è successo tra te e Clark non è più
opportuno», puntualizzò sua madre.
«Che è successo tra te e Clark?», domandò suo padre,
all'ignaro di tutta la faccenda.
Allentò il piede sull'acceleratore, guardandola attraverso
lo specchietto retrovisore. Gli occhi grandi e neri si strinsero in due
fessure.
Si sentì arrossire, sotto quello sguardo indagatore, pur se
non diretto, e cercò sua madre, che venne in suo aiuto.
«Niente di cui preoccuparsi», s’intromise la mamma, con una
risatina giocosa. «Cose che accadono alla sua età», minimizzò, mentre lei
scivolava sulla sedia, sperando di diventare invisibile.
«Signorina, mi spieghi cosa accade alla tua età? È passato
troppo tempo dalla mia, per ricordarmene», accostò sul bordo della strada,
rallentando l'andatura dell'auto fino a fermarsi.
«Sei il solito esagerato», sbuffò sua madre, decidendosi a
spiegare al suo posto. «Tua figlia ha una cotta per Clark e alla festa dei suoi
quindici anni si è dichiarata».
Ana si portò le mani alle orecchie, serrando le labbra.
«Cosa?».
L'urlo di suo padre le giunse attutito.
«Sei forse impazzita?», si sporse tra i due sedili,
inchiodandola alla sua colpa, mentre sua madre lo tirava per un braccio.
«È una cotta innocente e il tuo adorato figlio ha respinto
ogni addebito», cercò di sdrammatizzare.
Gli occhi neri di suo padre, però, restavano fissi e
preoccupati nei suoi, mentre il tono si addolciva, chiedendole:
«Come ti è saltata in mente una sciocchezza simile? Clark è
tuo fratello, al pari di Luís!».
Sua madre aggrottò la bella fronte, schiudendo il ventaglio
per farsi vento.
«Sempre la solita sciocchezza», sbottò. «Clark non è suo
fratello. Non c'è alcun vincolo di sangue tra loro e se l'avesse ricambiata,
non ci sarebbe stato nulla di male, anzi...», schioccò la lingua, come cercando
le parole più adatte, per continuare il suo discorso, ma suo padre non la
lasciò finire, tornando a lei crucciato.
«È tua madre che ti hai messo questa strana idea in testa?».
«Io?», chiamata in causa, Frida si portò una mano al petto,
come se fosse in procinto di avere un infarto. «Tu sei pazzo», disse, ma un
sorriso le incurvò le labbra.
Sua madre sapeva sempre come allentare la tensione, quando
suo padre perdeva le staffe. Di solito improvvisava un'insopportabile emicrania
o un dolore lancinante al petto che, per una cardiopatica come lei, era molto
pericoloso, per cui, qualsiasi fosse l'argomentazione che aveva accalorato gli
animi, suo padre mollava la presa, cambiando argomento. Non quel giorno, però.
«Forse, l'idea di trascorrere due mesi a Guadalajara non è così
buona», borbottò pensieroso. «Tu hai bisogno di frequentare altre persone, di
trovare qualcuno che ti piaccia veramente, che attiri la tua attenzione e ti
allontani da queste fantasie infantili».
«Non trattarmi come una bambina», s'impuntò, a un tratto, determinata
a difendere i suoi sentimenti. «Se mi sono esposta con Clark è perché sono
sicura di quello che provo», assicurò, imbronciata.
A un tratto regrediva allo stato infantile, come se la
sfarzosa festa non avesse segnato il passaggio all'età adulta.
«Tuo padre è il solito cavernicolo», intervenne sua madre,
scuotendo il capo. «Lasciale vivere le sue prime emozioni, senza caricarla di
sensi di colpa, inesistenti», s’impuntò. «Clark non è suo fratello e ripeto, se
dovesse nascere qualcosa tra loro, io ne sarei felice».
«Lasciami indovinare il motivo», sbottò suo padre, sul punto
di esplodere, portandosi una mano al mento ed esclamando: «L'eredità?».
«Perché, no?».
Sua madre si raddrizzò sulla poltrona, con aria di sfida.
«Sai bene come la penso sulla tua idea di non escludere Clark dall'asse
ereditario. Lui non è...».
«Basta! Basta!», urlò Ana in preda a una crisi di nervi,
portandosi le mani alle orecchie. «Non vi sopporto, quando cominciate a
litigare», sbottò, con la voce rotta dal pianto. «Sembra che l'unica cosa che
conti per voi sia il denaro e a chi finirà, quando voi non ci sarete più».
Incrociò le braccia sotto il petto, scuotendo il capo. «Nessuno si chiede cosa
provi Clark, quando sente i vostri discorsi, così come non v’interessate ai miei
sentimenti», borbottò infastidita, occupando il centro del sedile posteriore,
tra i suoi genitori. «Dategli la mia parte di eredità e fatela finita. Clark
non ha mai chiesto di essere adottato e, quando lo avete fatto, vi siete
assunti un impegno, che dovete rispettare, anche perché lui si è sempre
comportato in modo egregio, mentre voi non fate altro che litigare, come cane e
gatto, per una merdosa questione di soldi».
«Hai ragione». Suo padre si voltò a guardarla, allungando
una mano, per afferrare la sua. «Clark è un ragazzo meraviglioso e, se non lo
avessi cresciuto come un figlio, sarei onorato di averlo come genero, ma tu non
sei innamorata di lui. Sei solo confusa e, con le tue dichiarazioni avventate,
rischi di compromettere il rapporto con tuo fratello», sorrise mesto. «Questo
mi dispiacerebbe molto».
«Non preoccuparti», distolse lo sguardo, spostandolo sulla
strada, dove le auto sfrecciavano a velocità sostenuta. «Mi ha assicurato che
mi ama come farebbe un fratello e, per questo motivo, non potrà mai
ricambiarmi».
«Dio sia lodato».
«Ma le cose possono cambiare», s’intromise sua madre,
sorridendo incoraggiante. «Devi solo dare tempo al tempo».
«Frida!».
La voce di suo padre tuonò come un monito severo, che la costrinse
a desistere. Il volto di Frida si rabbuiò, forzandosi al silenzio, mentre Enrique
tornava a lei per informarla.
«Avrei voluto parlartene a cose fatte, ma ora mi rendo conto
che rimandare sarebbe sbagliato...».
«Che stai cercando di dirmi?», sollevò lo sguardo sul padre,
incuriosita.
Doveva essere qualcosa di bello, perché le sorrideva
soddisfatto, convinto che, qualsiasi cosa fosse, l'avrebbe resa felice.
«A settembre partirai per l'Europa».
«Cosa?», l'agitazione di sua madre passò in secondo ordine,
mentre sgranava gli occhi incredula, chiedendo:
«Davvero?».
«Sì, aspettavo l'occasione giusta per dirtelo. È il tuo
regalo per i quindici anni. Ho parlato con tua zia e lei si è detta felice di
ospitarti per tutto il periodo delle scuole».
«Non parli sul serio!».
Sua madre era furiosa. Si scostò leggermente.
Dopo la festa per i suoi quindici anni, non avrebbe sperato
in un regalo simile. Persino i sentimenti per Clark passavano in secondo piano.
In ogni caso lo avrebbe visto poco, una volta tornato all'università. A quel
punto, perché rinunciare a una prospettiva così allettante?
«Sono serissimo. Te ne avrei parlato nei prossimi giorni, ma,
considerata la situazione, direi che è la soluzione migliore per tutti».
«Non per me!», protestò sua madre. «È mia figlia e non me ne
separerò per consentire a tua sorella di fare la madre. Se Dio non le ha
concesso di averne uno suo, ci sarà un motivo».
«Farò finta di non averti sentito», rispose Enrique,
rimettendo in moto l'auto.
♣♣♣
Ana diede uno sguardo al suo piatto a base di carne, condito
con salse piccanti. Non aveva particolarmente fame, ma si costringeva a stare
seduta al tavolo della sala da pranzo, per fare compagnia a suo padre,
fantasticando sul suo prossimo viaggio.
L'idea di partire per l'Europa aveva spazzato via tutte le
ombre all'orizzonte.
Enrique si era lasciato sfuggire, che pensava di farla
partite alla fine di agosto, prima dell'inizio della scuola.
Aveva così davanti a lei due mesi pieni per studiare
l'inglese. Ragion per cui, tre volte a settimana, sarebbe venuto alla tenuta un
insegnante di lingua.
Se lei era felice come una Pasqua, sua madre, invece, si era
chiusa in un ostinato silenzio, rifiutandosi di unirsi a cena con loro.
Clark e Luís, che avevano trascorso la giornata nei campi,
per controllare il lavoro dei braccianti, rientrarono in tarda serata, stanchi
e sudati.
Non si erano cambiati per la cena e indossavano ancora un
paio di jeans e una camicetta a quadroni sgualciti. Se non fosse stato per
l'aspetto tipicamente messicano di Luís, con capelli neri come la pece e occhi
grandi e scuri, in contrapposizione ai lineamenti sottili e alle iridi grigie e
allungate di Clark, nessuno avrebbe capito che non erano fratelli di sangue.
C'era una tale complicità tra di loro, che sembravano partoriti dallo stesso
ventre.
Si tolsero il cappello, entrando nella sala da pranzo,
ridendo divertiti a qualche loro battuta.
«Vi sembra questo il modo di presentarvi a tavola?», li
rimproverò bonariamente Enrique, scostando una sedia.
In realtà non si formalizzava mai quando si trattava del
lavoro. Lui stesso, spesso quando era alla tenuta, arrivava con la camicia
impolverata, mandando su tutte le furie sua moglie.
«Siamo appena arrivati dalla distilleria, dove c'era il
padre di Demetrio», disse Luís.
«Antonio era ancora lì?», s'informò suo padre.
«Sì».
Luís afferrò la sedia, lasciandosi ricadere a peso morto. Si
sfilò il cappello e lo adagiò sul bordo della sedia, allungando un braccio per
servirsi.
«Ha detto che doveva controllare delle cose».
«Domani mattina andrò a parlargli, prima di fare un giro tra
le piantagioni».
«Posso venire anch'io?», chiese lei, cercando di ignorare
Clark, che prendeva posto di fronte.
«Se il tempo sarà clemente, potrai accompagnarmi», accordò
suo padre, addentando un pezzo di carne, avvolto dalla salsa.
«Frida?».
Le iridi grigie di Clark cercarono le sue e lei trattenne il
fiato. Avrebbe voluto mandarlo al diavolo, ma si contenne, sentendo lo sguardo
di suo padre fisso su di lei.
Ora aveva una missione da portare a termine: mettere piede
in Europa.
«Non si sentiva molto bene», farfugliò, afferrando una
tortilla.
«È arrabbiata con me, perché ho deciso di mandare Ana, se si
comporterà bene in questi mesi, in Europa per qualche tempo».
«Tutte le fortune a lei!», sbottò Luís.
«Ma se vivi praticamente negli Stati Uniti con la scusa
dell'Università», si difese, timorosa che suo padre potesse cambiare idea.
Si voltò a guardarlo, ma lo sguardo dell'uomo era fisso sul
primogenito, che, incupitosi, gli stava chiedendo:
«Da zia Eloisa?»
«Sì, Ana ha bisogno di cambiare area».
«Ma così mamma resterà sola», esclamò Luís, divertito.
Sapeva bene come infastidirla e non si lasciava mai sfuggire
l'occasione.
«Ha me», lo zittì suo padre.
Non le sfuggì il sorrisetto divertito sulle labbra di Clark.
La cena trascorse tranquilla e, prima di andare a letto, s’intrufolò
nella camera dei suoi.
Suo padre si era rinchiuso nel suo studio e difficilmente ne
sarebbe uscito prima di mezzanotte. Fece capolino e scorse sua madre con le
spalle appoggiate a un cuscino, presa dalla lettura di un romanzo.
Appena la scorse, le sorrise, allargando le braccia, pronta
a riceverla. Saltò sul letto dal lato dove dormiva suo padre e ricambiò il suo
abbraccio. Le piaceva quel momento, quando nella casa i rumori cessavano e
tutti sparivano dietro le loro incombenze. In quegli attimi, cercava sua madre,
per la sua dose di coccole. Poteva essere anche diventata una donna, ma una
parte di lei restava ancora una bambina. Appoggiò la testa sul petto della
madre, ascoltando il suo cuore.
«Non essere arrabbiata con papà», le disse, scrutando le
righe che sulla pagina si confondevano. «Lo fa per il mio bene».
La risata bassa di sua madre la spinse a sollevare lo
sguardo. Le iridi vellutate affondarono nelle sue, mentre le dita sottili le
scostavano una ciocca dalla fronte.
«Il tuo metro di giudizio varia a seconda delle
circostanze».
«Perché dici così?», sfoderò l'espressione più innocente che
le era rimasta, cercando di mantenersi seria, nonostante il sopracciglio alzato
di sua madre.
«E il tuo amore per Clark? È già sfumato?».
«Quello temo non passerà mai», abbassò lo sguardo,
giocherellando con il lenzuolo ricamato. «Ma Clark presto tornerà
all'Università e non lo vedrei comunque, dunque, perché rinunciare alla
possibilità di viaggiare?».
«Molto pratica, come tuo solito».
Si piegò nelle spalle.
«Forse, non vedendomi per qualche tempo, capirà che non sono
più la bambina che ha conosciuto al suo arrivo a Guadalajara».
«Ana...», le sollevò il viso, ponendole un dito sotto il
mento. I loro occhi s’incontrarono e si sforzò di non distogliere lo sguardo.
Dopotutto, era sua madre e parlare dei suoi sentimenti non era poi così
semplice. «Non sarà facile conquistarlo, perché Clark cerca di fare tutto
quello che tuo padre gli chiede e per lui tu resterai sempre la sua piccola
bambina».
«In tal caso, non accetterà mai nessuno», si rabbuiò,
avvertendo in fondo al cuore la veridicità di quell'affermazione.
«Potrebbe essere», le arruffò i capelli. «Ma dovrà
arrendersi all'evidenza che sei cresciuta e sei oramai una donna».
«Papà è sembrato molto arrabbiato per questa storia».
«Tuo padre è un sentimentale». Si raddrizzò al centro del
letto per guardarla meglio. «Il fatto che Clark non abbia un padre e che abbia
perso la madre in tenera età gli ha offerto un'occasione imperdibile per
dimostrare la sua magnanimità», si piegò nelle spalle. «È un modo come un altro
per sentirsi buono e in pace con se stesso».
«Tu non ami Clark?», aggrottò la fronte, preoccupata,
restando a fissarla.
Il volto di sua madre si distese in un sorriso.
«Se non lo amassi, ti sosterrei in questa follia?», scosse
leggermente il capo. «Lo adoro, ma sono consapevole che non è mio figlio e non m’illudo
di sostituire la madre nel suo cuore».
«Clark è molto legato a noi».
«Sì», annuì. «E mi auguro che questo suo spirito di
riconoscenza lo spinga a fare la cosa giusta».
«Sarebbe?».
«Sposare te e continuare a occuparsi della nostra azienda»,
esclamò, come se fosse una cosa ovvia.
«E se non dovesse mai innamorarsi di me?».
Le braccia di sua madre la avvolsero, stringendola al petto.
«Allora, punteremo a qualcuno molto in alto, perché tu hai
bisogno di un principe che pensi al tuo benessere e provveda alle tue esigenze,
come sei stata abituata».
«E l'eredità? Gli permetterai di avere la sua parte?», la
guardò preoccupata.
«Potrei oppormi a tuo padre?», si piegò nelle spalle. «Dovrei
divorziare e, neanche così, potrei essere sicura che quanto vi spetti finisca
nelle vostre mani. Per questo devi assicurarti che lui cada nella tua rete». La
scostò leggermente per ammirarla. Fissò l'abito da viaggio di cotone bianco, che
ancora indossava, che metteva in risalto le sue forme, per poi risalire al
volto piccolo e agli occhi grandi e luminosi, incorniciati da folte ciglia
nere.
«Non ti manca certo fascino», osservò pensierosa.
«Ma?», aggrottò la fronte, come se le mancasse un passaggio.
«Ma per te aspirerei a qualcosa di più».
«Più di Clark? Ma se è bellissimo e con i soldi di Avega sarà anche ricchissimo, una volta
terminata l'università».
«Sì», annuì sua madre, con un'espressione buffa, che le strappò
un sorriso, mentre le stringeva il naso tra le dita della mano, in un gesto
affettuoso.
«Clark è molto bello, con i suoi lineamenti regolari e gli
occhi grigi e taglienti, ma è il figlio di una cameriera peruviana e di un
padre inglese che non si è mai fatto carico di lui».
«Non è certo colpa sua», le fece notare, piccata.
«Certo che no, ma noi siamo degli Alvarez e il ceto sociale
conta molto nella nostra società».
«E se finissi con lo sposare un jimador?», la provocò, arricciando il naso.
L'aveva buttata lì, più per scherzo, che per altro, ma
l'espressione contrariata di sua madre, le strappò un sorriso.
Al momento nella sua vita non c'era posto per altri, se non
Clark e il suo prossimo viaggio in Europa.
«Che Dio ci liberi da una simile sciagura!», esclamò sua
madre, chinandosi a sfiorarle la fronte con un bacio, mentre lei scivolava fuori
dal letto.
«Buonanotte», le disse, avviandosi alla porta.
«Sogni d'oro».
♣♣♣
Quel mattino Ana si era svegliata presto, per paura che suo
padre se ne andasse senza di lei.
A Santiago de Tequila la vita iniziava all'alba e proseguiva
oltre il calare della sera.
Infilò un paio di pantaloni e una camicetta, adagiando sulle
spalle un golfino rosa. A volte, soprattutto quando aveva piovuto, la
temperatura scendeva molto, prima di salire con il sole.
Si legò i capelli in una coda bassa e si diede un altro
sguardo allo specchio.
Non molto alta, aveva una figura snella, fianchi tondi e una
vita stretta. Il seno avrebbe potuto crescerle ancora, ma con il reggiseno
imbottito aveva rimediato all'attuale mancanza.
Compiaciuta, afferrò un cappello a tesa larga, avviandosi
verso la sala da pranzo.
Suo padre aveva appena finito di fare colazione.
«Vuoi venire davvero?».
«Certo», s’imbronciò. Perché nessuno la prendeva mai sul
serio?
Scorse le iridi scure di suo padre passare in rassegna il
suo abbigliamento, approdando agli stivali.
«Peccato, che io debba scappare», diede uno sguardo alla
tavola imbandita con ogni bendidio
(uova fritte con salsa di pomodoro, chilaquiles con carne, salsa di peperoncino
e formaggio fuso e ancora panini, dolci e caffè) e aggiunse: «E tu non hai
ancora fatto colazione».
«Non ho fame», assicurò, afferrando un panino e
addentandolo, prima di precipitarsi al suo seguito.
Usciti nel patio, Ana si diresse verso le stalle, ma si
accorse presto che suo padre andava nella direzione opposta, dal lato del
parcheggio.
«Non andiamo nei campi?».
«Sì, ma devo passare prima per la fabbrica», le spiegò,
aprendole la portiera del pick-up rosso, che usavano quando erano alla tenuta.
Saltò all'interno, cercando di nascondere la delusione.
Sperava di cavalcare Ercole, il suo cavallo, ma per il momento doveva
rinunciarvi.
Poggiò il braccio sul finestrino aperto, guardando la strada
sterrata che conduceva agli stabilimenti, dove erano portate le agavi tagliate,
per essere poi sottoposte a lavorazione.
Dieci minuti dopo il mezzo rallentava per fermarsi a pochi
passi dall'entrata di uno degli edifici più grandi. Ana socchiuse gli occhi,
per difendersi dal sole. Avrebbe potuto indossare il cappello, ma lo lasciò
scivolare sul sedile. Si era legata i capelli in una coda alta e le spiaceva
sacrificarla.
Si guardò intorno incuriosita. Mancava da almeno un anno e
nei mesi precedenti erano stati fatti dei lavori.
«Demetrio, Antonio è in ufficio?».
Suo padre aveva sollevato un braccio, attirando l'attenzione
di un giovane, che proveniva dal lato opposto.
Spostò l'attenzione su di lui. Doveva avere all'incirca
l'età dei suoi fratelli, ma diversamente da loro aveva una corporatura più
massiccia, con braccia muscolose e una carnagione cotta dal sole. Indossava un
cappello a falda larga, che si sfilò, appena scorse suo padre, avanzando nella
loro direzione. Trattenne il fiato. Non conosceva molti ragazzi come lui. Aveva
uno sguardo profondo e orgoglioso, che sembrava penetrare il suo interlocutore.
Le ciglia nere e lunghe le impedivano di scorgere le iridi. Infilò un braccio
sotto quello del genitore, per poterlo osservare da vicino. Superava il metro e
ottanta, realizzò, paragonandolo a suo padre, e aveva dei capelli neri e
lucenti, che si arricciavano sul colletto. Gli occhi erano verdi, come i prati
inglesi e scintillanti come brillanti. Sobbalzò leggermente, quando si accorse
che la stava guardando.
«Ti ricordi di mia figlia?».
«Signorina», fece un breve cenno del capo, per poi tornare a
Enrique. «Mio padre la sta aspettando», lo avvisò.
«Bene», rispose, abbassando gli occhi su di lei. Le poggiò
una mano sulla testa, sorridendole.
Lo sguardo truce che gli lanciò lo fece sorridere,
accrescendo il suo disagio.
Si sentiva le gote in fiamme e cercò di arrestare il respiro,
sottoponendosi suo malgrado allo sguardo divertito dello sconosciuto.
«La mia bambolina ha voluto accompagnarmi, ma temo si
annoierà parecchio».
«No», scosse il capo risoluta. «Ne approfitterò per
guardarmi intorno».
«In effetti, non è una cattiva idea», approvò di buonumore.
Se ne compiacque. Finalmente la trattava al pari dei
fratelli, pensò, ma si sbagliava, dovette costatare subito dopo, perché le
iridi nere erano tornate sul ragazzo che avevano davanti, che si rigirava tra
le mani il cappello, come sulle spine. Sembrava ansioso di tornare alle sue
mansioni.
Ma che ci faceva in quel posto?
«Ti posso affidare mia figlia?», gli chiese.
«Papà!», protestò indignata. «Non sono un pacco».
«Certo che no, che dici?», scosse il capo, ma tornò al
figlio dell'amministratore.
«Se non ti chiedo troppo, spiegale la procedura di
produzione della tequila e mostrale gli stabilimenti», si voltò a darle un
buffetto sulla guancia e Ana dovette reprimere il desiderio di morderlo.
Sembrava che fosse invisibile. Non aveva affatto voglia di seguire quel tizio,
per quanto fosse bello.
Quel pensiero la trafisse, costringendola a tornare a quel
viso dai lineamenti regolari, gli occhi grandi e le labbra carnose. Aveva una
pelle ambrata, liscia e setosa. Doveva essersi rasato da poco e profumava di
pulito. In quel posto era una bella novità, dovette ammettere. Di solito gli
operai avevano i pantaloni sporchi di polvere e le camicie macchiate di sudore.
Lui invece aveva solo l'abbigliamento che ricordava i dipendenti della tenuta, ma
per il resto lo si poteva confondere facilmente con un amico dei suoi fratelli.
«Nessun problema», stava assicurando a suo padre, rivelando
denti bianchi e perfetti.
Probabilmente, viveva alle spalle del padre, si disse,
contenta di aver trovato un elemento su cui appigliarsi, in tanta perfezione,
ma Enrique mandò in frantumi anche quello.
«Clark e Luís mi hanno detto che ti sei unito agli altri jimadores».
«Sì, patrón! Ho chiesto a mio padre di affidarmi
degli incarichi in azienda, durante il periodo in cui non sono a Guadalajara».
«Sei
un ragazzo in gamba», allungò una mano, poggiandogliela confidenzialmente sulla
spalla. «Per questo ti affido il mio gioiello più prezioso».
Le
iridi verdi del giovane si posarono su di lei, per qualche istante, tornando poi
a suo padre.
«Confidi
in me».
«Divertiti».
Enrique
María le
strizzò un occhio, sparendo all'interno.
Strinse
le labbra, cercando di sfuggire a quello sguardo che la turbava. Di solito
nessuno eguagliava l'avvenenza dei suoi fratelli. Sì, si sentiva a disagio e
avrebbe fatto qualsiasi cosa per darsi alla fuga, ma se lo avesse fatto, suo
padre si sarebbe infuriato e non le avrebbe più permesso di seguirlo. Si
costrinse così a soprassedere, sollevando leggermente il capo, per non
sussultare ancora una volta, nello scorgere quello sguardo fiero e diretto.
«Demetrio
Torres», allungò una mano, ma Ana la ignorò, marciando nella stessa direzione
dove aveva visto sparire suo padre.
«Facciamola
breve», borbottò.
«Che
caratterino!», emise un fischio, seguendola a ruota. Si ritrovarono in un
grande vano, dove dei macchinari, collegati ai tubolari, raggiungevano il
soffitto.
Contrariamente
a quanto immaginava, non c'era disordine o caos, intorno a lei, ma tutto era
organizzato secondo un ordine ben preciso. Per ogni reparto c'era un
responsabile e ognuno lavorava alacremente, senza interruzioni.
«Questa
è una delle cinque distillerie di Avega»,
le spiegò il suo Cicerone, per nulla turbato dalla scarsa cordialità di poco
prima.
La
sua attenzione si posò su dei grossi cilindri di metallo, che gli operai
riempivano prima di chiuderli, come se fossero delle pentole a pressione.
«Che
cosa sai della produzione della tequila?».
«Poco»,
ammise. «Non mi sono mai interessata a queste cose...», storse la bocca,
sgranando gli occhi, non appena si accorse di un nuovo carico in arrivo.
Demetrio
la scostò leggermente, per liberare il passaggio.
«Quelle
che vedi sono le piñas».
«Sembrano degli ananas enormi», si lasciò sfuggire. Si voltò
a guardarlo, per accertarsi che non ridesse di lei, ma era serio e anzi
annuiva.
«Più o meno», le concesse. «È il cuore dell'agave», le
spiegò afferrandone una.
L'operaio, che le trasportava su una carriola, si voltò a
guardarli.
«Oggi fai il baby sitter?», gli chiese ridendo, senza però lasciargli
il tempo di ribattere, procedendo per il suo cammino.
«Ehi, tu, zotico!», si portò le mani ai fianchi, vedendolo
sobbalzare.
«Dici a me?», arrestò il suo percorso, sollevandosi sulla
fronte una fascia spugnosa che gli serviva a raccogliere il sudore.
«Sì, dico a te!», urlò, sollevando il mento. «Io non sono
una bambina da tenere a bada».
Una mano la scostò bruscamente, frapponendosi tra lei e l'idiota
che le aveva dato della poppante da tenere a bada. Un attimo dopo la visuale le
era ostruita dalla sagoma slanciata e muscolosa del figlio dell'amministratore,
che con fare divertito, cercava di smorzare i toni.
«José, la niña
è la figlia del patrón!»
«La
signorina Alvarez!», esclamò l'uomo, tornando sui suoi passi, con voce mesta.
«Signorina,
io scherzavo...».
«Sì,
Ana lo sa», le poggiò una mano sulla spalla, come se tra loro esistesse una
certa confidenza. Avrebbe dovuto scostarsi bruscamente, ma in verità le piaceva
la sensazione di quelle dita lunghe e affusolate strette intono alla sua
clavicola.
«Non
si sarà mica offesa? Era per prendere in giro Demetrio», rise nervosamente. «Ci
conosciamo da una vita».
«Sì,
José scherzava», le garantì Occhi Verdi.
«C'è
un posto dove fare colazione?», si portò una mano all'altezza dello sterno.
«Sono uscita presto e non ho mangiato nulla».
«Abbiamo
una mensa», approvò Demetrio, spingendola verso l'esterno.
«C'è
un padiglione a pochi metri, dove gli operai si fermano a consumare il pasto»,
le spiegò, tornando all'aperto.
Il
rumore dei macchinari in funzione si attutiva. Il sole cominciava a scottare,
così si portò una mano davanti agli occhi.
«Non
aspettarti grandi cose, ma riuscirò a farmi dare qualcosa dalle cuoche», le
sorrise, sbilenco.
Suo
malgrado lo ricambiò. Non sapeva il motivo, ma al suo fianco si sentiva a
disagio, come se fosse agitata, ma, a parte la battuta infelice del tipo, non
era poi accaduto nulla di particolare.
«Conosci
tutti in questo posto?», domandò, mentre scorgeva dei camion sopraggiungere con
un nuovo carico di piñas.
«Sono cresciuto qui», le aprì la porta
dell'edificio, che si spalancò con un cigolio.
«Mio padre lavora con il tuo da quasi
trent'anni ed io lo seguo da almeno dieci».
«Quanti anni hai?», si voltò a guardarlo
sorpresa.
«Venti», si piegò nelle spalle. «Dopo la
scuola venivo qua a fare i compiti e, quando c'era bisogno, davo una mano».
Erano entrati in una sala molto spaziosa,
occupata da diversi tavoli. Sullo sfondo, scorse un bancone in vetro, che due
donne vestite di bianco si affannavano a lucidare.
«Dolores, Inés, vi presento Ana Alvarez».
Le due signore si guardarono brevemente tra loro, asciugandosi
furtivamente le mani.
«Buongiorno!».
«Buongiorno!», la salutarono in coro.
La più anziana, con piccole rughe intorno agli occhi, le
chiese:
«È con la famiglia?».
«Con mio padre», si sciolse, percorrendo il tratto che le
divideva, per allungare una mano.
«Piacere».
«Piacere!», ricambiò la signora che aveva parlato per prima.
«Io sono Inés, la cuoca».
«Ed io sono Dolores, l'addetta al bancone», sorrise,
mostrandole una fessura tra i denti, che le dava un'aria simpatica.
«Sappiamo che è un tantino presto, ma Ana non ha fatto
colazione questa mattina e ci chiedevamo se fosse possibile improvvisare qualcosa».
«Certo», assicurò la cuoca. «Datemi dieci minuti»
Si accomodarono a uno dei tanti tavoli vuoti, lasciando che
Inés preparasse la tavola.
«Mi stavi dicendo delle agavi?», si lasciò ricadere sulla
sedia, ammirando la luminosità di quel posto, che, pur essendo circondato da
stabilimenti, conservava una sua intimità, con le tende alle vetrate e il
parquet lucido.
«Mi piace», riconobbe.
«L’ha voluto tuo padre», le spiegò.
Ana si voltò a guardarlo. Aveva poggiato il cappello su una
sedia libera e ora giocherellava con il polsino della camicia.
«Desiderava che gli operai avessero un posto adeguato per la
pausa pranzo, per riposarsi magari tra un turno e l'altro. In breve è diventato
un luogo di ritrovo. Non per fare baldoria, ma per discutere di questioni che riguardano
la tenuta».
«È da mio padre», riconobbe, poggiando i gomiti sul tavolo.
«Anche tu passi il tuo tempo libero qui?», gli chiese.
Un sorriso gli increspò le labbra.
«Quando posso, vengo volentieri».
«Guarda chi si vede!».
Ana sobbalzò sulla sedia, riconoscendo la voce di suo
fratello, Luís, che, seguito da Clark, avanzava nella stanza semivuota.
«Che ci fate qui?», sbuffò.
«È quello che vorremmo sapere noi da te! In questo luogo sei
così...».
«Fuori posto», gli fece eco Clark, scostando una sedia, per
sedersi.
«Maschilisti», incrociò le braccia sotto il petto. «Solo
perché sono una donna, non posso visitate i possedimenti di mio padre?».
Luís inarcò un sopracciglio, cercando di restare serio, ma
non ci riuscì, sciogliendosi in una fragorosa risata, per poi esclamare:
«Clark, hai sentito che ha detto?».
Il fratello annuì distrattamente, spostando lo sguardo su
Demetrio.
«Pensavo fossi nei campi».
«No, Pedro mi ha chiesto di passare domani. Oggi avevano
altro da fare».
«Insomma, qualcuno si degna di spiegarmi in cosa consiste il
vostro lavoro?».
«Sei veramente interessata?», le iridi grigie di Clark
scintillarono divertite.
«Ora, basta», sbuffò, rivolta al suo Cicerone. «Poiché mio
padre ha affidato a te il compito di erudirmi, mi aspetto di sapere tutto
quello che serve per rispondere alle domande di Enrique e zittire questi due
idioti», li fulminò con lo sguardo.
«Allora, dobbiamo iniziare dai campi», approvò Demetrio.
♣♣♣
Un'ora dopo erano immersi tra i filari di alte agavi
azzurre, che correvano a perdita d'occhio. Ce n'erano davvero tante, di tutte
le dimensioni e alcune superavano i due metri.
«Mi sembra di soffocare», sbottò, portandosi una mano alla
fronte.
«Che esagerata!», la schernì Luís.
Luís e Clark avevano insistito per accompagnarli e ora si
aggiravano tra i campi, prendendola in giro tutto il tempo.
Demetrio, invece, sembrava aver preso molto seriamente il
suo incarico e la riempiva di nozioni.
Aveva così scoperto che quelle piante grasse costituivano
un'autentica ricchezza per la sua terra. Jalisco era famoso in tutto il mondo
per la produzione di tequila.
«L'agave azul non ha
bisogno di particolari cure. Non deve essere irrigata e gli interventi sulla
pianta si fanno nei primi anni. La raccolta inizia intorno ai sei e la fanno
dei braccianti specializzati», le spiegò il suo Cicerone.
«I jimadores», rammentò,
ma aggrottò la fronte, scorgendo in lontananza i suoi fratelli che parlavano
con un operaio che stringeva tra le mani una pala.
«Esattamente», convenne Demetrio, allungando un braccio
nella direzione di Clark e Luís. «Lo vedi quel signore che chiacchiera con
Clark?».
«Sì», annuì soffermandosi su quell'uomo di mezza età, con un
cappello calcato in testa e un'asta tra le mani.
«Lui è uno jimador
e quella che vedi non è una pala, ma una coa».
Si sollevò sulle punte, per scrutare meglio tra le foglie grasse.
Demetrio sorrise, scuotendo il capo, ma si avvicinò
cingendole la vita.
Ana sentì la saliva azzerarsi, ma cercò di non prestare
attenzione alle strane reazioni del suo corpo, quando quel ragazzo si
avvicinava. Insomma, non era abituata a sentirsi tremare come una foglia, né ad
arrossire come una stupida, se per sbaglio la sfiorava. Con Clark non le
accadeva e di lui era innamorata.
«La coa ha una
lama affilata che serve a liberare la pianta dalle foglie, portando alla luce
il cuore della pianta, la piña, quella che hai detto ti ricorda un ananas».
Si sforzò di annuire, prestando attenzione a quello che le
diceva, anche se quando i suoi occhi si soffermavano sulle sue labbra carnose,
tutto ciò che c'era intorno sfumava. Era come calamitata da quella bocca e
tutto diventava confuso.
«Clark!», s’infilò tra i filari, affrettando il passo, fino
a correre. «Clark!», lo chiamò a gran voce, con crescente enfasi, fino a quando
non lo scorse voltarsi e allargare le braccia, come a riceverla.
«Che è successo? Hai visto qualche insetto?», si chinò a
scrutarla, preoccupato. «Ti ha morso?».
«No», arrossì, sotto lo sguardo attento degli altri due, a
cui si aggiunse Demetrio.
I suoi occhi si posarono sulla pala tonda, che ora sapeva
chiamarsi coa.
«Tutto comincia ad avere un senso. I frutti sono caricati
sui camion e trasportati nello stabilimento per essere cotti nei forni»,
realizzò, orgogliosa.
«La pianta cotta è triturata da un mulino e trasportata su
un nastro, irrorata di acqua per ottenere il mosto. Il mosto è portato poi nei
fermentatori», specificò Demetrio.
Sbuffò annoiata. Aveva avuto una pessima idea. A lei tutta
questa storia non interessava minimamente. Se aveva capito qualcosa da
quell'insolita giornata, era che nella vita avrebbe fatto altro. Che cosa c'era
di tanto entusiasmante in tutto questo? Diede un'ennesima occhiata a quel
susseguirsi di piante e voltò le spalle a tutti loro.
«Voglio tornare a casa».
«Demetrio, oggi tocca a te», si liquidò Luís. «Noi
approfittiamo di Pedro, per intrattenerci ancora».
«Ok, ragazzi. A dopo».
«Stasera sei dei nostri?».
Non le servì voltarsi per rendersi conto che l'ultimo che
aveva parlato era Clark.
«Al solito posto?», gli chiese l'interessato, affiancandola.
«Sì, solito posto e solita ora».
♣♣♣
Demetrio Torres divenne presto una presenza fissa nella sua
estate.
Clark e Luís non perdevano occasione per coinvolgerlo nelle
loro attività, con il piacere di suo padre, che lo invitava a cena almeno ogni
due giorni.
Le visite del figlio dell'amministratore, se divertivano
Enrique, innervosivano sua madre, che non riteneva opportuno intrattenere
rapporti di amicizia con persone che lavoravano alle loro dipendenze.
Anche quella sera, dopo che i figli maschi erano usciti per
una bevuta, Frida aveva esternato il suo pensiero, accrescendo l'irritazione di
suo padre.
Sprofondata nella poltrona, cercava di concentrarsi nella
lettura del suo romanzo, ma come le capitava da qualche giorno, non riusciva a non
prestare attenzione a tutto ciò che riguardava Demetrio Torres.
«Enrique, è il figlio del capataz», esplose sua madre, lasciando da parte il lavoro di
ricamo, per scagliarsi contro suo padre.
«Antonio Torres non è un semplice capataz. È il mio braccio destro. È la persona che gestisce tutto
il lavoro alla tenuta e senza di lui...».
«Vivresti lo stesso», gli assicurò sua madre, di pessimo
umore. «Senza contare che hai una figlia in età da marito e dovresti riempire
questa casa di partiti appetibili, non di...».
«Discorsi tollerabili ai tempi di mia nonna!».
Enrique si portò nervosamente un sigaro alle labbra, ma se
ne liberò, prima di accenderlo, per precisare.
«Mia figlia è una bambina».
«Ha compiuto quindici anni e per la società è oramai una
donna».
«Per gli altri, ma non per me».
Sollevò il capo dal libro, scrutando i suoi genitori. Sua
madre se ne stava in un angolo del divano, con le gambe accavallate e il mento
alzato, mentre suo padre era scivolato sulla punta della poltrona e gesticolava
vivacemente, aggiungendo al suo discorso:
«Senza contare che, se un uomo come Demetrio chiedesse la
mano di mia figlia, ne sarei onorato!».
«Dopo il figlio di una cameriera, vorresti impormi in casa
un altro pezzente?».
«Clark non è un pezzente», balzò lei in piedi, offesa.
«Senza contare chi è il padre biologico di Clark».
Il silenzio cadde pesantemente tra loro. Si portò una mano
alla bocca. Aveva promesso a Luís di mantenere il segreto, ma nella foga di
difendere il fratello maggiore, si era lasciata trasportare dall'enfasi.
«Chi te lo ha detto?».
Lo sguardo di brace di suo padre la inchiodò alla poltrona.
Con gli occhi sbarrati, serrò le labbra.
«Ana, non costringermi con le maniere forti», si alzò, con
fare minaccioso. Da quanto ricordava, non l'aveva mai sfiorata, neppure con uno
schiaffo. Nonostante tutto strinse gli occhi, sollevando le braccia davanti al
viso e rimase in attesa, ma non accadde nulla. Li riaprì cautamente, sbirciando
tra le dita.
Suo padre sedeva sul bracciolo della poltrona, in bilico e
la osservava severo.
«Ve l’ha detto Clark?», le chiese.
«Sì. L’ha detto a Luís».
«Lo sapevo», borbottò pensieroso, poi si voltò a guardare
sua moglie. «Ti ho detto che il ragazzo conosce l'identità del padre biologico,
anche se non ne parla mai. Comunque, la decisione di adottare Clark l'abbiamo
presa insieme e non tollererò un'altra insinuazione di questo tipo».
Ana cercò sua madre, che, indignata, raccolse le sue cose
per lasciare la stanza, senza aggiungere una parola. Raggiunta la porta, però,
si voltò, per dire:
«Non ho nulla contro Clark, perché l'ho visto crescere e mi
sono affezionata a lui, ma per quanto riguarda il futuro marito di mia figlia,
non sarà un don nadie! Ana ha bisogno
di qualcuno che le garantisca lo stesso tenore di vita che ha sempre avuto e le
tue simpatie per gli operai non mi faranno cambiare idea».
«Dio voglia che un uomo come Demetrio Torres s’innamori di tua
figlia, perché non potrebbe trovare di meglio».

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