Prefazione
Undici anni prima
Città del Messico, Foro Sol
«Merda!», si morse un labbro.
Quella sera non era
dell’umore adatto.
Era stata una giornata lunga
e faticosa, a conclusione della quale aveva anche litigato con i suoi.
Sbatté, con un gesto di
stizza, la porta del camerino, passandosi nervosamente le mani tra i capelli.
Scivolò a sedere davanti al tavolo per il trucco e sbuffando si diede uno
sguardo allo specchio.
L’immagine che gli restituiva
non era affatto male: pelle ambrata, liscia e fresca, sbarbata da poco, occhi
verdi messi in risalto da folte e lunghe ciglia nere e capelli corvini che gli
sfioravano il colletto. Fece una smorfia, scivolando nella poltrona. Le ore di
palestra e la corsa mattutina gli permettevano di sfoggiare un fisico asciutto
e muscoloso, che insieme alla voce calda e leggermente roca lo avevano
consacrato come uno dei cantanti più famosi dell'America Latina, pronto per sbarcare
anche in Europa. Il suo manager aveva contatti con la Spagna e, con un poco di
fortuna, la grande scalata del Vecchio Continente sarebbe stata possibile.
La sua famiglia avrebbe
dovuto appoggiarlo. Anzi avrebbe dovuto essere orgogliosa del suo lavoro e dei
risultati raggiunti in così pochi anni. Il suo era un talento vero. La stampa e
gli addetti ai lavori non facevano che riconoscerlo, ma, per i Gutiérrez, Pablo
era e restava la pecora nera della famiglia. Suo padre non aveva voluto neppure
che usasse il loro cognome e così era diventato Pablo Echevarría.
Solo sua madre, Amparo, lo
sosteneva. Doveva a lei gli studi nel campo musicale.
Non voleva pensare a quella
povera donna vessata dal marito e dai restanti tre fratelli. Sfortunatamente
non aveva sorelle e sua madre era l’unica figura femminile nella famiglia di
petrolieri. Muoversi in quell’universo di caproni insensibili non era impresa
semplice.
Non che il mondo della musica
si potesse definire dolce e delicato, soprattutto a quei livelli, ma la sensibilità
tipica degli artisti l’aveva ereditata da sua madre e gli spiaceva non
potersela portare dietro. Aveva provato a farlo, ma suo padre si era opposto
con tutte le sue forze. Amparo era, prima di essere sua madre, sua moglie e il
suo dovere era prendersi cura di lui e della sua famiglia. Non le avrebbe certo
permesso di girare il mondo al seguito di quell’oggetto sessuale, che per
eccitare le donne si sbatteva su un palco dando voce alle note.
Per Francisco Gutiérrez
l’unica musica degna di tale nome era quella della tradizione. Tutto il resto
era spazzatura.
Si passò una mano sul volto,
stancamente. Inutile fargli notare che proprio grazie a quel cambio di registro
era riuscito a espatriare. Parlare con suo padre era impossibile e alla fine vi
aveva rinunciato. Purtroppo non poteva tagliare i ponti definitivamente con lui,
perché questo avrebbe significato spezzare il cuore di sua madre, a cui lui
invece era molto legato.
"Pablo, mi raccomando stai lontano dalla droga e non andare con donne
che non conosci bene. Portano malattie", rievocò.
Un sorriso gli piegò le
labbra. Glielo ripeteva ogni volta e lui le rispondeva di non preoccuparsi,
anche se non lo ascoltava.
Da qualche tempo aveva preso
l’abitudine di sniffare, solo di tanto in tanto. Poca roba, per reggere i ritmi
a volte vorticosi e per quanto riguardava le donne, non ne aveva mai una fissa.
Era facile trovare qualcuna disponibile, con cui passare una o più notti. Non
duravano più di tanto. Si annoiava presto. Inoltre non si fermava mai in un
posto più di una settimana.
L’unica regola impostagli da Fernando Gonzalez
era di tenere a bada le fan. Consentito intrattenersi a scattare foto,
scambiare baci e abbracci a favore di camera, ma mai nulla di minimamente confondibile
con un atto sessuale. Neanche i baci con la lingua erano consentiti, anche se
poi a ogni concerto gli organizzava un incontro sul palco con qualche ammiratrice,
che gli saltava addosso in preda ad una crisi isterica.
«Pablito, ce l’hai fatta!».
Come evocato dai suoi
pensieri Fernando entrò come un tornado, senza nemmeno bussare.
I due energumeni che sostavano fuori dalla
porta lo avevano lasciato entrare, riconoscendolo dalla sua mole maestosa. Alto
un metro e novanta, pesava due quintali, almeno a giudicare dall’aspetto.
Stringeva in un angolo della bocca un sigaro cubano e strizzava gli occhi
piccoli e infossati, inspirando il fumo.
«Non chiamarmi in quel modo.
Lo detesto», gli ricordò.
Il sopracciglio folto s’incurvò
qualche istante, prima di distendersi nuovamente. Fece strusciare sul pavimento
una sedia, accomodandosi.
«Hai ragione», annuì con il
capo, come quando contava l’incasso della serata e gli avrebbe perdonato
qualsiasi cosa. «Ci sono circa cinquantamila spettatori fuori e sono qui tutti
per te».
Pablo si piegò nelle spalle.
«Sai che novità», sbuffò,
contrariato, aggiungendo: «Ma dove si è cacciata Francisca? Non doveva portarmi
gli abiti da scena?», fece scorrere lo sguardo sulla maglietta di cotone e i
jeans sbiaditi.
«Eccomi!», esclamò la donna,
entrando di corsa. Piccola e tondetta, aveva il tipico aspetto messicano. Si
mosse sicura in quello stanzino, sistemando l'involucro che si trascinava
dietro.
«Speriamo che questa sera la
fan di turno non ti strappi la camicia», depositò il suo carico su una sedia. Abbassò
la cerniera e ne tirò fuori il completo di pelle, per infilarlo alla gruccia
sul carrello con gli altri abiti.
Finse di ignorarla, chiamando
a raccolta quello che sulla carta era il suo manager.
«Altre disposizioni per stasera?».
L’uomo, che si era perso
nelle forme generose della costumista, tornò a lui, sollevando le spalle.
«Sì, certo», sorrise in modo
irritante. «Il Foro Sol è quasi al completo».
«Me lo hai già detto, ma
continui a ronzarmi intorno e questo mi lascia pensare che abbia altre
motivazioni».
«Hai ragione», replicò
l’uomo, tornando con lo sguardo a lui. «Ti ho promesso che non ti organizzavo
più incontri con le fan sul palco…», esordì.
Pablo inspirò profondamente,
cercando di mordersi la lingua. Strinse i denti e respirò con il naso, come un
toro inferocito.
«Un altro completo rovinato»,
sospirò affranta la donna, sparendo dietro la porta.
Si lasciò ricadere nella
poltroncina, senza fare una piega, rigirandosi apaticamente il cellulare tra le
mani.
Fernando si sporse sulla
punta della sedia, allungando la mano sulla sua spalla.
«Pablo, è solo spettacolo.
Che ti costa?», gli chiese, preoccupato.
Fiumi di soldi passavano
dall’uno all’altro e la defezione di uno avrebbe comportato una grave perdita
per entrambi. «Ė la figlia di un diplomatico, molto amico di mio fratello. Non
mi potevo rifiutare».
Il cantante scostò quella
mano sudata dalla sua clavicola, con un gesto brusco.
«Devo cambiarmi. Tra meno di
mezz’ora inizia lo spettacolo», gli ricordò, sfilandosi la canotta di cotone,
per infilarsi in bagno. Sentì l’uomo borbottare, avviandosi verso l’uscita, ma
prima che si richiudesse la porta alle spalle, tornò sui suoi passi.
«Lo farai?», gli chiese
speranzoso. Infilò una mano nel giubbino e ne tirò fuori un biglietto. «Oggi
compie quindici anni e tra il tuo concerto e una faraonica festa, ha scelto te.
Dovresti esserne lusingato».
«Come, no?», sollevò gli
occhi al cielo esasperato. «Quante volte vi devo dire che non voglio più fare
la parte del cretino che si spupazza le ammiratrici sul palco! L’ultima mi si è
attaccata addosso come una ventosa e per liberarmene ho dovuto faticare sette
camicie. Senza contare che piangono come fontane, non spiccicano parola e
sembrano sul punto di morire per infarto. Dio me ne liberi! Stasera poi non
sono proprio dell’umore adatto».
Fernando annuì ancora, come
se approvasse ogni singola parola, salvo poi, precisare:
«Questa però non puoi
rifiutarti di incontrarla».
«E chi lo dice?», si poggiò
un asciugamano intorno al collo, addossandosi allo stante della porta. «Fino a
prova contraria, la star dello spettacolo sono io e, se mi rifiuto di salire
sul palco, i ragazzi dovranno inventarsi qualcosa, suonando senza cantante per
due ore e, anche se non ho dubbi sulla loro capacità di reggere, difficilmente
riuscirete a frenare le proteste dei cinquantamila venuti ad ascoltarmi.
Quindi, posso oppormi», assicurò, annoiato. «Vi ho assecondato una volta, ma
questa idea di prendere una ragazza dal pubblico per cantare con lei al mio
fianco, non funziona».
«A ognuno il suo lavoro»,
cercò di farlo ragionare l’uomo, conciliante. «Quelle ragazzine nei primi posti
aspettano sotto il sole da questa mattina, con la speranza di essere scelte per
uno sguardo e sì, l’ultima volta la tipa era piuttosto focosa e ti ha baciato
davanti a tutti, ma l’effetto è stato devastante sul pubblico e anche i
giornali ne hanno parlato per giorni». Fernando si passò una mano tra i capelli
che gli coprivano le orecchie. «Fidati! Basta un buffetto e quattro moine.
L’ambasciatore italiano sarà contento e noi ci portiamo il risultato a casa».
«L’ambasciatore italiano?»,
chiese, sperando di non aver capito bene, ma Fernando annuì sornione.
«Sì. Figlia unica. Adorata e
viziata. Devo accontentare mio fratello. Ce ne prenderemo cura noi. A te spetta
solo la parte sul palco. Un piccolo sacrificio per un grande risultato. Dicono
che sia una ragazzina a modo. Non ti darà grane», fece il gesto dei soldi.
«Ė l’ultima volta».
«Certo», esclamò l’altro, per
nulla convinto.
«Indossa una maglietta rossa
e un jeans scolorito», gli spiegò soddisfatto, aggiungendo: «Non ti puoi
sbagliare. Ci sarà uno dei nostri vicino».
Pablo roteò gli occhi al
cielo.
E poi dicevano che la vita
dei musicisti era una pacchia.
♫♫♫
Federica non riusciva a
contenere l’emozione. Suo padre le aveva regalato i biglietti per il concerto
di Pablo Echevarría per i suoi quindici anni. In verità, i suoi le avevano
chiesto se desiderava organizzare una festa, come tutte le sue amichette, seguendo
la tradizione messicana della Quinceañera,
ma lei aveva rinunciato. Non aveva tante amiche e i compagni di
scuola erano così spocchiosi da non meritare la sua attenzione.
Il caso aveva voluto che
proprio quel giorno al Foro Sol si sarebbe tenuta l’unica tappa del concerto di
Pablo in città e lei non intendeva perderselo. Se volevano dunque farla felice
avrebbero potuto procurarsi i biglietti. Lei e Veronica avevano provato ad
acquistarli, ma erano andati esauriti nel giro di poche ore. Si era quasi rassegnata,
quando suo padre aveva bussato alla sua cameretta, mostrandole i due cimeli.
«Papi!», incredula aveva
sgranato gli occhi di un intenso azzurro, eccitatissima.
«Non mi merito un bacio?», le
aveva chiesto il suo papone, ricevendo un abbraccio affettuoso e così, il
giorno precedente, lei e Veronica si erano organizzate per arrivare in tempo,
per scoprire, infine, che non sarebbe stato affatto necessario passare le ore
sotto il sole, in attesa dell’inizio del concerto, perché, grazie a un amico di
suo padre, sarebbero potute comodamente arrivare un'ora prima dell’inizio dello
spettacolo, contattandolo telefonicamente.
Aveva pensato a tutto il suo
supereroe, facendole accompagnare dal suo autista, avvisando il suo amico.
Miguel Diaz era uno dei
tecnici del suono. Apparve da un’entrata laterale allo stadio, dove una folla
era in fila: un signore sui trenta, vestito semplicemente, che le aveva
riconosciute dall’auto blindata.
«La signorina Bocci?», le
chiese, mentre il vetro si abbassava.
«Sì», annuì euforica,
stringendo la mano di una non meno emozionata Veronica.
«Venite con me», aprì la
portiera, facendo strada.
Arrancarono al suo seguito,
per essere infilate in una nuova macchina, percorrendo il percorso che dall’entrata
le conduceva dietro al palco. Con il naso schiacciato contro il vetro passava in
rassegna le roulotte e i camion ai margini.
«Lui è già arrivato?», si
spinse a chiedere a un Miguel piuttosto taciturno.
L’uomo sorrise appena, permettendo
al suo cuore di tornare a battere regolarmente, mentre scalava la marcia.
«Sì. Ė al trucco», le rispose.
«Al trucco?», esclamarono
all’unisono le due amiche turbate.
«Sì», annuì divertito il loro
accompagnatore. Con la coda dell’occhio scorse la loro espressione contrariata
e spiegò: «Ci sarà anche la televisione stasera e senza trucco il vostro bel
Pablo non risulterebbe al meglio».
«Ma lui non ne ha bisogno!»,
lo difese con enfasi. «Ė bellissimo di suo».
«Certo», commentò l’altro
poco convinto, rallentando l’andatura della vettura fino a fermarsi.
Con un balzo scese dall’auto
per aprire loro le portiere.
Federica affondò le scarpe di
ginnastica nella polvere, sistemandosi sulle spalle lo zainetto nero, attendendo
Veronica che, più bassa di lei, si aggrappò alla sua mano, seguendo in silenzio
Miguel Diaz. Lo scorsero fermarsi a parlare con un gruppetto di uomini, che
lavoravano con dei cavi. Si guardò intorno.
La struttura in acciaio era
maestosa, tanto da fare paura. Crucciata, si accorse che l’uomo era tornato da
loro, facendole cenno di seguirlo.
Passarono lateralmente alla
struttura fino a vedere il maestoso stadio che all’imbrunire si popolava di
teste colorate e chiassose. Era la prima volta che si trovava in un posto come
quello e lo faceva dal lato opposto agli spalti.
«Fate attenzione a dove
mettete i piedi», le avvisò Diaz, scambiandosi segni d’intesa con alcuni
colleghi.
Erano giunte, senza
accorgersene, sotto il palco e a pochi metri iniziavano le prime transenne, per
contenere il pubblico festante. Il brusio generale stava diventando assordante.
Rafforzò la stretta alla mano di Veronica, che la ricambiò addossandosi a lei.
Sollevò il capo con il cuore in gola.
Riusciva a vedere poco da lì
sotto, ma il sapere che, a breve, lui sarebbe apparso la faceva tremare dalla
testa ai piedi per l’emozione.
Diaz recuperò degli scranni e
li sistemò tra le prime file, dove a seguire erano state collocate nuove
transenne, con una schiera di uomini alti e grossi, che portavano alle orecchie
degli auricolari. Tornò da loro, seguito da una donna, che sembrava una coetanea.
Una signora bionda, con fluenti capelli che le sfioravano le spalle e luminosi
occhi azzurri, che spiccavano tra tutte quelle carnagioni scure. All’altezza
del seno aveva un cartellino, con il suo nome e il ruolo, ma non riusciva a
leggerlo bene.
«Benvenute!», le salutò,
allungando una mano. «Io sono Patricia. Faccio parte dell’organizzazione e
stasera sarò la vostra ombra, per accertarmi che non vi succeda nulla».
«Buonasera», la salutò,
guardandosi intorno, prima di chiederle: «Dove possiamo metterci, per essere
certe di vederlo bene?».
«Venite», le accompagnò tra
le prime barriere, dove Miguel aveva sistemato gli scranni.
Si accorse che anche altre
persone si erano sedute nel frattempo e si affrettò a prendere posto, temendo
che la costringessero ad arretrare. Veronica la seguì in silenzio, con il naso
in aria e la bocca aperta. Non aveva mai partecipato a un concerto, come lei, e
tutto era nuovo e stupefacente.
Patricia si piegò sulle
ginocchia, tirando fuori da un borsello due pass che appuntò sulle loro
magliette.
«Non dovrete allontanarvi da
qui», le informò, addolcendo l’espressione seria, quando si accorse della loro
apprensione. «Qui siete al sicuro», sollevò il capo oltre le loro teste, con un
sorriso. «Li vedete quei signori?».
Annuirono all’unisono e lei
approvò entusiasta. «Sono guardie del corpo che impediranno al pubblico di
superare le transenne. Io sarò sempre nei paraggi, ma quando arriverà Pablo ci
sarà un po’ di trambusto e voi dovrete restare ferme qui, per non rischiare di
perdervi. Nel caso dovesse succedere, tornate sotto il palco e ci ritroveremo
facilmente. Capito?».
«Certo», rispose sicura.
«Ok», approvò la bionda,
poggiandole una mano sul capo, come se si trattasse di un bambino da rabbonire.
Avrebbe voluto farle notare che quel giorno compiva quindici anni, ma dal palco
giungevano i primi strimpelli ed era troppo presa per continuare quella
conversazione.
Con il passare dei minuti, le
luci si accesero e progressivamente tutto si dispose all’inizio dello spettacolo.
Patricia aveva fornito loro dei cappellini con visiera e una bottiglietta
d’acqua, e di tanto in tanto tornava a controllare che stessero bene. Infine
sedette al suo fianco e Federica capì che il momento tanto atteso era arrivato.
Le luci si spensero e un
boato riempì lo stadio.
Pablo Echevarría fece la sua
comparsa sul palco e il suo cuore si fermò qualche istante, riprendendo poi a
battere frenetico. Si alzò in piedi per applaudire e lo scorse afferrare con le
mani il microfono per salutare il pubblico.
«È un immenso onore per me
essere qui in vostra compagnia!».
Era più magro di come appariva
sui giornali e in televisione. Aveva dei capelli ancora più neri dei suoi,
leggermente ondulati. Alcune ciocche gli sfioravano il collo. Era, come sempre,
vestito di nero, con lunghe catene d’argento, che pendevano al collo. Dopo un
breve saluto, diede le spalle al pubblico per dare l’attacco ai musicisti e
iniziò a cantare i suoi pezzi più famosi.
Veronica e lei, insieme con
altre ragazzine poco distanti, si unirono nel terminare le strofe,
accompagnandolo a squarciagola. L’indomani non avrebbe più avuto voce, ma non
le importava. Era il compleanno più bello della sua vita.
«Hai visto quanto è figo?».
Veronica la tirava per la
maglietta, strabuzzando gli occhi neri e lucenti. Era la figlia della
cameriera, di un anno più piccola. Frequentavano due istituti diversi, ma
finite le ore scolastiche si riunivano per ascoltare la musica o per parlare
delle loro passioni comuni: la pallavolo, i cantanti, i film e naturalmente i
ragazzi.
Veronica era innamorata di un
compagno di scuola, che usciva con una sua amica, mentre lei non aveva occhi
che per lui! Sollevò ancora di più il capo e le sembrò di avere le pupille a
cuore.
Pablo si muoveva con
sicurezza sul palco, invitando il pubblico a cantare con lui e anche se non
l’avrebbe mai conosciuto, il suo petto batteva all’impazzata.
Erano arrivati a metà
concerto, quando Pablo chiese ai musicisti di cambiare musica. Le luci mutarono
e sul palco divenne tutto rosa.
In platea, alle sue spalle,
si sentiva un brusio generale, come se ci fosse una grande aspettativa. Sentì
le ginocchia tremare. A volte, aveva letto sulle riviste, Pablo sceglieva tra
il pubblico una fan e scendendo dal palco le si avvicinava, invitandola a
salire sulla scena con lui. Non accadeva sempre, ma le ragazze facevano a gara
per occupare i primi posti, dietro le transenne, e grazie all’amico di suo
padre, anche lei e Veronica erano in una posizione propizia. Sempre che si
voltasse dalla loro parte, certo.
«Vi state divertendo?».
La signora bionda si chinò su
di lei sorridente e un fascio di luce le sembrò investirla. Sollevò il capo,
strizzando gli occhi. Ne era così abbagliata da non riuscire a vedere nulla.
Provò a scostarsi, ma la voce di Pablo attirò la sua attenzione.
«Un uccellino mi ha detto che
tra di voi c’è una persona che per il suo compleanno ha chiesto di partecipare
al mio concerto, rinunciando alla festa…».
Il cuore di Federica subì un
arresto. Poi riprese la sua corsa furiosa. No, non poteva essere lei. Chissà
quanta gente partecipava al concerto. Prima che le luci si spegnessero, le era
parso di vedere gli spalti pieni e quel posto era immenso. Si scosse, cercando
di prestare attenzione a quello che il suo idolo stava dicendo, anche se l’invidia
la punzecchiava dispettosa. Chissà chi era la fortunata!
Finalmente la luce si spostò,
ma Pablo non era più sul palco. Frenetica lo cercò, annaspando, ignorando
Veronica, che continuava a tirarla per la maglia.
«La vuoi smet…».
Le parole le morirono sulle
labbra.
A pochi passi da lei c’era
proprio lui e i suoi occhi verdi, così belli, da togliere il fiato, erano fissi
nei suoi. Aprì la bocca, annaspando, alla ricerca dell’aria, ma si sforzò di
non svenire, perché lui aveva allungato una mano, rivolgendole la parola.
«Andiamo?».
Federica non si mosse.
Sentiva le gambe pesanti e le sembrava di essere salita su una nuvola. Forse
stava ancora dormendo nella sua camera e tutto quello che stava vivendo non era
poi così reale.
«Non vuoi venire?», le chiese
sorridendo, prima di rivolgersi al pubblico.
«Sì, certo», riuscì a
rispondere con enfasi.
Il volto del suo adorato
Pablo s’illuminò, afferrandola per mano. Era più grande di sette anni, ma a lei
sembrava perfetto, tanto da ignorare la differenza di età.
Lo seguì incredula, risalendo
di corsa la scala che conduceva al palco. Il boato nel pubblico era così
lontano e lui continuava a intrecciare le dita alle sue. Si era avvicinato al
microfono e aveva cominciato a intonare la canzoncina di auguri che tutti conoscevano.
Sentì le lacrime salire agli
occhi incontrollate e con un gesto furtivo, se le asciugò con il dorso della
maglietta di cotone. L’ultima cosa che voleva era essere considerata una
bambinetta, ma tutto quello che stava accadendo era così bello da sembrare
irreale. Pablo era a pochi passi da lei, la teneva per mano e la poneva al
centro della sua attenzione.
«Quanti anni compi?», le
chiese a un tratto.
«Quindici», rispose in un
soffio e lui si chinò porgendole l’orecchio, come se non sentisse, mentre si
portava il microfono alle labbra.
«Quindici», ripeté con
maggiore enfasi.
«Wow!», esclamò. «Allora
dobbiamo festeggiare», si voltò verso il pubblico. «Non è vero?».
«Sììììì», fu la risposta
corale.
Si piegò leggermente sulle
ginocchia. Era molto più alto di lei, anche se Federica non era proprio bassa.
«Che ti piacerebbe fare?», le
chiese. «Qualsiasi tuo desiderio sarà esaudito», le promise.
Inspirò profondamente e
infine rispose: «In verità ho due richieste …».
«Due. Addirittura!», la
canzonò, senza mai lasciarle la mano.
Trattenne il fiato,
attendendo la sua risposta.
Lui sembrò rifletterci.
Aggrottò la fronte, facendo delle smorfie buffe, prima di tornare a lei.
«Accordato. Non si compiono due volte quindici anni», riconobbe, prima di farla
voltare verso il pubblico, per chiederle: «Sentiamo queste richieste».
Incredula, si fece audace.
«Vorrei vedere tutto il concerto
da un angolo del palco».
«Si può fare», annuì.
A Federica sembrò di toccare
il cielo.
«E la seconda?».
«Vorrei dare e ricevere il
mio primo vero bacio», arrossì fino alla radice dei capelli.
Non avrebbe mai creduto di
trovare il coraggio di chiedergli una cosa simile, anche se lo aveva sognato
spesso.
Pablo parve sorpreso. Le sue
dita si allentarono qualche istante, mentre i suoi occhi ruotavano verso la
parte interna del palco, sull’entrata laterale. Le labbra serrate si schiusero
leggermente, mentre girava su stesso per chiedere al pubblico:
«Che dite? Esaudiamo il sogno
della nostra quinceañera?».
La risposta non si fece
attendere. Fu un grido unanime: «Sìììì».
Pablo si sollevò, senza
lasciare la presa.
«Prima però creiamo
l’atmosfera», stabilì, facendo cenno ai musicisti di passare al pezzo
successivo.
Federica lo riconobbe
immediatamente. Era una canzone molto romantica.
«Visto che presto ci
baceremo, fingiamo che tu sia la donna di cui sono innamorato e che non voglia
perdonarmi, anche se ricambi i miei sentimenti».
Annuì determinata, sentendo i
capelli lunghi e neri scivolare fluidi lungo la schiena.
«Conosco la canzone», lo
rassicurò e scorse un sorrisetto divertito sulle labbra di lui.
Si liberò a malincuore della
sua mano, dandogli le spalle, con le braccia incrociate sotto il petto.
Con la figuretta esile, se ne
stava rigida e dritta, come una donna profondamente offesa nell’onore. Non
poteva vederlo, ma le sembrò di sentire nella sua voce una risata soffocata,
come se apprezzasse la sua capacità di entrare nella parte. Quando lui cercava
di afferrarla per la vita, lei si scostava, rivolgendogli sguardi truci. Il
risultato doveva piacere anche agli altri, perché applaudivano, ripetendo il
suo nome. La canzone lentamente volgeva al termine e finalmente poté voltarsi.
«Sai che il mio cuore è tuo»,
le stava cantando Pablo e lei s’immaginò nella sua cameretta, con la musica a
tutto volume. Fantasia e realtà si confusero, mentre riviveva quella scena
tante volte immaginata. L’amore della sua vita le si avvicinava, avvolgendola
nel suo abbraccio e con lo sfumare delle note la stretta intorno alla vita si
rafforzò e Federica vide il viso di lui avvicinarsi lentamente.
Rimase con gli occhi aperti,
spalancati sul suo volto. Le sue amiche le avevano detto che andavano chiusi,
ma lei non voleva perdersi neppure un secondo di quello che nella sua vita
sarebbe rimasto come un episodio indelebile e irripetibile. Scorse le palpebre
di lui scendere sulle iridi verdi e sentì il tocco delle sue labbra a contatto
con le sue. Erano morbide e soffici. Si chiese cosa dovesse fare per
rispondergli, ma sentì le mani del cantante risalire lungo la schiena e aderì
al suo petto. Aveva un odore piacevole e nonostante fosse sudato, continuava a
profumare. Si accorse che le dita erano salite alla nuca e il bacio si era
fatto più insinuante. Avvertì la sua lingua e istintivamente s’inarcò contro di
lui, aprendo la bocca per riceverlo. Si muoveva a suo agio, come se non avesse
fatto altro per tutta la vita e lei era attraversata da sensazioni così
piacevoli, che non avrebbe mai voluto allontanarsi. Timidamente, provò a
rispondere al suo tocco, imitandolo, fino a quando le loro lingue si toccarono.
Provò a tirarsi indietro, ma lui rafforzò la stretta e lei capì che avrebbe
voluto che continuasse. Ringalluzzita, prese coraggio e affondandogli le mani
tra i capelli lo attirò nella sua bocca. Le sembrava di sentire fischi e
applausi, insieme allo strimpellare di una chitarra, ma tutto arrivava ovattato
e mescolato alle piacevoli sensazioni che attraversavano il suo corpo. Si
accorse che il respiro era diventato affannato e si sciolse da quell’abbraccio,
a malincuore, posando gli occhi sul quel petto che rispondeva al suo. Come lei,
anche lui, faticava a tornare alla realtà. Sollevò lentamente lo sguardo sul
suo viso. La teneva stretta, con lo sguardo fisso sulle sue labbra, ma scivolò
poi nei suoi occhi e un sorriso lo illuminò, mentre allentava la presa e
recuperato il microfono, esclamava: «Però! Promette bene».
La risata generale la riportò
alla realtà. Il sogno era finito. Ora non le restava che allontanarsi
nell’ombra del palco, in quel lungo e interminabile saluto.
I musicisti avevano attaccato un nuovo pezzo e
lui si era chinato a baciarle la mano in un gesto galante. Scorse Patricia, con
Veronica, sulla sinistra, all’entrata del palco, che le facevano cenno di
avvicinarsi.
«Com’è stato?», le chiese
l’amica.
«Indimenticabile», rispose
lei, con aria sognante e le sembrò di scorgere il loro angelo custode ridere
divertita, poggiandole una mano sulle spalle.
Il concerto continuò senza
intoppi.
Federica faticava a restare
con i piedi per terra. Avrebbe voluto registrare nella mente ogni singolo
passaggio di quella serata, ma le emozioni vissute erano troppe e faticava a
tenerle raccolte.
Si accorse che Pablo stava
salutando, pronto a congedarsi, e vicino a lei si erano affollati un bel numero
di persone. Chissà se l’avrebbe salutata, uscendo. Infondo si erano scambiati
un bacio. Che sciocca, pensò. Doveva averne baciate centinaia di donne. Per lei
invece era il primo.
«Veronica deve andare in bagno.
Vieni anche tu?», le chiese Patricia, preparandosi a uscire.
Scosse il capo. «Vi aspetto
qui», rispose. Non voleva perdersi neppure un istante del suo passaggio. Lo
avrebbe salutato e forse lui le avrebbe anche risposto con un cenno della mano.
Si sentì strattonare e si
mosse leggermente. Pablo si sbracciava, sparendo nell’ombra. Era a pochi passi
da lei, ma non la vedeva. Lo circondavano diverse persone, tra cui un omone
grande quanto un armadio, che sembrava particolarmente arrabbiato. Una donna
gli allungò un asciugamano e lui si tamponò il sudore del viso e del collo,
ascoltando l’uomo furioso.
«Che ti è saltato in mente?
Baciare una ragazzina di quindici anni, come un porco pervertito? Sarebbe
bastato sfiorarle le labbra. Vuoi che il padre ci denunci? Domani sarà su tutti
i giornali», gesticolava animatamente.
Federica avrebbe voluto
intervenire. Anzi era sul punto di farlo, quando sentì la risposta di lui e il
mondo sembrò crollarle addosso.
«Tranquillo! Puttane si nasce
nella culla e quella promette proprio bene. Devi vedere come bacia. Altro che
il suo primo bacio. Deve essersene passati diversi. Ero così eccitato che me la
sarei fatta davanti a tutti».
Un dolore le attraversò il
petto. Si accasciò su se stessa, mentre, arretrava dietro un tendaggio, per
sparire alla vista di tutti, ma soprattutto di se stessa.

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